mercoledì 22 maggio 2013


Quel Campione chiamato “Nick Skelton”:
LA LONGEVITA’ DELLA SCUOLA CLASSICA EQUESTRE.
Di Giulia Iannone

E’ il Campione showjumper  ideale, morale, concettuale il simbolo della migliore tradizione equestre di ogni tempo, senza tempo.
E’ lui, Nick Skelton, classe 1957, Made in England.
 6 netti in queste Olimpiadi 2012 ed una “maledetta” barriera che osa cadere a rovinare questo record fantastico, quella galoppata grandiosa verso il podio individuale.
Dopo l’oro a squadre, Skelton meritava anche quello individuale.
Ma fa parte del gioco, ed il cavaliere nato ad Exhall, se ne accorge al termine di quel meraviglioso percorso e si leva il cap, salutando la folla di casa e chiudendo le spalle sorridendo comunque  alla sorte beffarda ed infingarda che si è presa gioco di lui.
Ma egli esce dal campo a testa alta, redini lunghe per Big Star, naso basso e sguardo sconfitto.
 Però ho visto una luce speciale brillare da quel binomio:  la luce sul  suo stile, sulla  sua classe, sulla sua espressività tecnica equestre che vive evergreen.
Dettagli, sentimenti, curve girate, parabole fatte in un certo modo.
Più di ogni altra cosa è un dettaglio che balza immediatamente all’occhio: “ quella staffa, ovviamente di inox pesante e non di carbonio o plastica, calzata fino in fondo, a mezza suola, ampia” la mano del cavaliere  che avanza decisamente incontro alla bocca e sul largo diviene quasi un tuffo in cui il cavaliere si dona tutto e totalmente alla parabola affinchè salga il garrese. La mano e l’inforcatura dolce e sensibile in battuta, e l’ho rivisto con speranza ed aspettativa anche nell‘inglese nuova generazione,  Scott Brash. Quest’ultimo ha un misunderstanding col suo cavallo in battuta prima di un largo, ma risolve con semplicità restando neutro, piuttosto che fare, segue il suo cavallo che risolve ed anche senza errore!
Anzi nella squadra inglese ho visto molto di classico e di naturale che fa bene alla scuola equestre: la semplicità nell’interpretare, imboccature base come filetti, filetti a D, al massimo un pelham.
 Mani nude.
 Ho rivisto tanti e tutti in questa equitazione che lascia fare e lascia passare azione, l’inforcatura leggera, una galoppata sonora e ritmica che risuona sulla sabbia, cedere spesso, una “chiamatina” all’occorrenza sulla barra interna per richiamare, per avvertire, per mettere in attenzione, ma non per soffocare o forzare una distanza.
Tornano alla mente tanti cavalieri cari della nostra “storia” equestre, che balzano fuori dalla loro cornice in bianco e nero ed emergono dalle nebbie del passato che sconfina nell’oggi!
 Non so, penso che ognuno di noi abbia un riferimento equestre! Fratelli Whitaker ? Fratelli D’Inzeo, per esempio!
In quelle mani mobili scompostamente dinamiche di Nick Skelton, quelle redini prese a ponte talora corte, talora lunghe fino a toccare la pancia, tese, libere, ho visto il cavalier Mancinelli con il suo oro olimpico. Monaco 1972.
Ecco cosa può fare la visione di una staffa presa non così tanto in punta che usa la tecnica corrente moderna!
La definisco la “longevità” di quella scuola equestre classica che rende taluni Campioni Cavalieri protagonisti di ogni evento agonistico indipendentemente dallo scorrere del tempo.  E’ un concetto che attraversa le discipline equestri, è interdisciplinare, poiché il sistema e le dinamiche che animano questo canone è naturale, è antico ed eterno poiché segue perfettamente  i baricentri  del cavallo. Si evolve insieme all’evolversi delle linee ed alla qualità dei cavalli, ma il sistema resta assoluto, poiché valgono i principi che lo alimentano.
Senza troppi giri di parole, è il sistema naturale inventato e codificato mirabilmente dal nostro Federico Caprilli!
Se ci fossero stati oltre Skelton anche i fratelli Whitaker-John e Michael- avremmo visto ogni nouance di questo stile che sopravvive nella sua massima espressione oltre manica ed oltre oceano. Ne sono stati in parte espressione l’americano Rich Fellers con Flexible lo stalloncino sauro di 16 anni con il suo cavaliere star and stripes,  di cui un commentatore equestre così ha saputo dire del suo stile e posizione in avanti nel galoppo “E’ una posizione particolare.  Sembra  sornione il cavaliere nel suo invisibile far nulla!” , avremmo potuto inserire in questa discorso anche l’americanissima Beezie Madden che di questo sistema anch’ella è interprete, preparata dal mitico George Morris Chef de equipe USEF per la sua ultima olimpiade prima del ritiro forzato per problemi di salute. Ma Beezie stavolta ha perso la magica galoppata e lo scorrere in avanti senza fare nulla, fatto di cedere piuttosto che tenere. Ed è uscita dai giochi!
Nick Skelton, 55 anni. In sella a soli  18 mesi!  
Il suo nome è legato a doppio filo a cavalli come  Maybe, If Ever,   Apollo con il quale ha vinto moltissimo, poi Top Gun, Dollar Girl, Limited edition, Tinka’s Boy, Arko III.  I suoi attuali cavalli di punta sono Big Star, Carlo 273 ed Unique, di proprietà di Beverley Widdowson.
Nel settembre del 2000 egli riporta una frattura al collo: sembra essere la fine della sua carriera equestre.  Non sarà così: il britannico torna sulle scene equestri con il fido Arko III, lo stalloncino dallo sguardo dolce che Nick aveva già montato come cavallo giovane, prima del suo incidente al collo. Nel 2004  con questo fantastico animale il cavaliere Skelton vincerà il British Open Title e ad Atene sfiorerà la medaglia, dopo essere stato in testa fino all’ultimo giro. Stessa vicenda del 2012, cavallo di nome Big Star!
Sta per uscire la sua biografia, dal titolo “Only falls and horses” ossia “solo cadute e cavalli”.
Consentitemi, Steve Guerdat a 30 anni medaglia d’oro individuale a Londra 2012.
Nick Skelton, 55 anni, medaglia d’oro a squadre nel salto ostacoli a Londra 2012, medaglia d’oro ideale e concettuale come simbolo di “Scuola equestre”.

                                                                                    GIULIA IANNONE

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